Francesco Moschini

da "TACET macchine del silenzio"
edizioni AAM Architettura Arte Moderna, Roma 1995

Il lavoro più recente di Gianandrea Gazzola si presenta come paziente elaborazione di insolite strutture, vere e proprie "macchine celibi" che sono una risposta dell'autore al rapporto, spesso ignorato, tra forma e suono. Una serie di strumenti progettati e realizzati per riuscire a spezzare il limite tra il "mondo del vedere e quello dell'udire" Si tratta di assemblaggi che pur nella loro "pesantezza", nella loro esibita materialità, e nella ruvidezza sottolineata anche nei materiali cui G.Gazzola ricorre, evidenziano una predilezione per la staticità e per una "sospesa" immobilità. Ma proprio su questi elementi che si fonda il senso riposto degli accorgimenti tecnici che permettono a queste macchine di sensibilizzarsl, sin quasi ad animarsi ed a far percepire il delicato movimento del- l'aria, quasi a rappresentarlo. In "Tacet" la pietra, il metallo, il legno di questi oggetti che armoniosamente si muovono, sono la materia stessa di una musica che non si dà al suono, ma che vive in silenzio la fascinazione del possibile. Il risultato Ë una vera e propria "fucina di Vulcano" in cui campeggiano diverse mac- chine di "sublime inutilità", pronte a captare l'alitare del vento ed a restituire poesia ad un semplice e reiterato movimento meccanico. Gli artifici che permettono a queste macchine di dialogare non rimangono "contenitori per principi di fisica" ma diventano esecutori-conduttori di un'orchestra del suono virtuale. Sono i nessi di congiunzione tra i due elementi cui prima facevamo riferimento: quello cioè della forma e quello del suono. Le diverse discipline non sono trattate in un unico contesto soltanto ma divengono una connessione tra diversi contesti, sino a configurare una sorta di nicchia "in cui il criterio di specializzazione, oggi inevitabile non sia assente, ma sospeso." come suggerisce G.Gazzola. Questo fa sì che nella mostra il paesaggio determinato dalla presenza di questi strumenti non diventi un inquietante landa post-atomica di oggetti abbandonati con la loro visto- sa struttura osteologica, ma quello più fantastico di macchine pronte a librarsi in volo, tese, nella loro leggerezza, a contraddire la matericità della loro costituzione di immagine. Queste macchine non sono altro che degli abiti del suono. Compositore artista visuale progetta la musica col linguaggio delle forme, creando modelli tridimensionali della composizione. Modelli che non hanno bisogno di fare musica per rappresentare il suono. Queste opere sono un punto d'incontro. Noi possiamo definire gli elementi che le compongono in modo distinto, apprezzando il coinvolgimento estetico dell'intreccio di fili metallici, il sapiente utilizzo dei principi della fisica, la sorprendente funzionalità musicale che queste macchine riescono a generare ma è l'incontro di questi elementi che ammanta queste opere di indecifrabilità secondo i consueti canoni di lettura. Ed è nell'annullare l'idea di "stanze" in cui si possono classificare le espressioni artistiche che troviamo la chiave di lettura per questi modelli del silenzio. Ma è quell'apparente azzardo in nome di una vagheggiata modernità, quell'esibita "fatica" quasi si trattasse di forzare al movimento tutte queste strutture per una sorta di impercettibile "trascinamento" che conferisce a queste "spoglie" preistoriche il senso di un sospensione, una sorta di blocco epocale che sottrae tutto ad un immediato consumo spaziale e temporale quasi a rammemorare se non ad invocare un'accademica classicità che certo trova una sorprendente continuità con il movimento raggelato del classicismo poussiniano.