Alberto Abruzzese

IL FARSI DEGLI OGGETTI: FORME D'ARTE NEL TEMPO DELLA CIBERNETICA.
da "TACET macchine del silenzio"
edizioni AAM Architettura Arte Moderna, Roma 1995

Queste macchine di Gianandrea Gazzola sono un paradosso, la rappresentazione di un paradosso? potrebbero esserlo, forse, se pensiamo che il paradosso sia sostanza e compimento della civiltà moderna, mediazione simbolica, punto di congiunzione tra razionale e irrazionale. Strategica invenzione della civiltà industriale. Derivato o sublimato tecnologico di una inattingibile dimensione edenica in cui corpo, musica e danza sarebbero stati un solo luogo. Non un dispositivo per riuscire a vivere ma la vita stessa. Gazzola ha sempre amato i giochi arcani che si nascondono e perpetuano dietro la sfera dell'uomo faber. Gazzola vive e si esprime nelle sue protesi, nel lavoro concreto che in esse si realizza, nella sua oggettivazione. Ricordo una sua performance che lo faceva essere un ibrido tra attore e meccanica teatrale, un danzatore che porta la scena anziché esserne portato, un artigiano che si maschera dei suo stesso lavoro scenografico, facendone la sua recita ma anche il suo spazio mentale. Un acrobata che conosce la sapienza dei gesti. Eppure - oggi che il gran rumore dei media rimette in gioco i miti della virtualità e le tecnologie promettono di farsene interpreti - queste sue macchine si collocano in una sensibilità nuova: vanno oltre il paradosso, lo abbandonano a sé stesso, lo denudano come magnifica ossessione condannata al fallimento della modernità. Tentano, invece, l'avventura di un viaggio di ritorno, la conquista di una nuova dimensione dei visibile. Dalle forme dei linguaggio analogico entrano nelle forme dei linguaggi sintetici, numerici. Gli ordigni di Gazzola - qui applicati allo spazio della mostra, e altrove a quello della scena teatrale, dei balletto, dell'esecuzione musicale, della colonna sonora- cercano di materializzare la musica e di trasformare in musica la materia. Tutta l'arte è fatta di sinestesie, di processi traduttivi, di tradimenti. Ogni oggetto di consumo è il prodotto di questa perversione dei sensi. Ma Gazzola lavora sui processo in sé. Tenta di far vedere il farsi della metamorfosi invece dei suo risultato. Dunque queste macchine, pur così cariche di memorie socioculturali, di radici estetiche, sono la rappresentazione della più estrema fase dell'innovazione tecnologica, quella che - grazie ai linguaggi digitali - giunge a smaterializzare le macchine, a superare la qualità degli atomi nella qualità dei bit. Per dare uno sfondo critico al suo lavoro bisognerebbe ripartire da chi in questi anni ha colto meglio di altri la compenetrazione tra pensiero tecnoscientifico e forme espressive. Per esempio da alcune pagine di Omar Calabrese dedicate alla teoria delle catastrofi o dei frattali. Ma ben più sorprendente è l'affinità che si può trovare tra il rigore delle procedure messe in atto da Gazzola e la più recente saggistica dedicata alla cibernetica, per esempio Derrick de Kerckhove. Per quanto appartengano ad una lunga tradizione moderna, per quanto in tal senso, cioè nella direzione stessa dei progetto moderno, godano di un suadente classicismo, per quanto proprio questa pacata "orchestra" di ingranaggi possa far credere ad un ironico controllo dei disordine, le opere di Gazzola non sono macchine moderne. Non sono sé stesse, cioè non sono strutture artificiali finalizzate ad uno scopo (fosse anche il nulla). Sono fatte per essere altro da sé stesse. Esse sono - inesauribilmente, come moti perpetui- votate a tradursi in ciò che non possono rappresentare. Sono state create, cioè, per aprire un varco oltre le macchine e tuttavia ancora per mezzo delle macchine: per donare un non-luogo persino alla negazione dei sapere moderno e non più soltanto alle figure dei suo naufragio, ai suoi superstiti. Sia nell'ambito più diffuso dell'arte popolare di massa sia nell'ambito più verticale, colto e sofisticato degli artisti, questa estrema ironia delle macchine è sempre stata sperimentata. Dagli automi dei Settecento alle fabbriche ottocentesche sino alle "macchine celibi" delle avanguardie dei primo Novecento. Sino allo splendore hollywoodiano degli anni Trenta. E poi - sempre ancora ripetendosi - nel girare a vuoto delle neo-avanguardie e degli effetti speciali dello schermo. Sempre macchine per se stesse o macchine fuori di sé. Ma macchine fatte a misura d'uomo. Macchine-destino. Opere dello sviluppo occidentale. Le macchine di Gazzola, invece, non sono opere: sono la messa in scena di spaesamenti espressivi che smentiscono il visibile - i materiali e gli ingranaggi di cui sembrano comporsi per dare forma al desiderio di visibilità, di presenza, di senso che precede o segue l'apparire dell'opera. Gazzola ci chiede qualcosa in più rispetto al piacere dello spettatore: ci invita a ripensare - risentire - l'atto creativo, la sua presenza. Anzi, ci inscrive nel presente come creazione, nel farsi delle cose. E' il tempo dei transiti decisivi. Dalle identità forti ai mille frammenti della persona. Dai grandi sistemi universali alla pluralità dei localismi dello spirito e della carne. Dall'organico all'inorganico. Tempo di passaggi da una sensibilità all'altra dei nostro esserci. Da un corpo all'altro dei nostro sentire. Transiti dell'esperienza da un clima all'altro dell'abitare: da quello che muore all'altro che vi insorge con la potenza dei nuovo. Tempo di rifondazioni. Temperature e passioni che vanno mutando con la rapidità delle nuvole. Mutazioni. Tempeste di cui, forse, ci è stato difficile vedere il lampo che le annunciava. Clima che ci ri-guarda da vicino, che sembra calarsi sopra di noi e insieme ci cresce dentro. Presenze che contempliamo riflesse nella nostra stessa singola immagine. E' il tempo delle soglie. Di viaggi sui bordi tra il "non più" e il "non ancora". Di percorsi alterni tra spaziature di luoghi che annunciano la loro fine e l'apparire dei nuovi territori. Nuovi ritmi espressivi che si aprono al di là delle qualità che la società di massa - quella delle macchine, dell'industria pesante, dei consumi collettivi - ha imposto al tempo e allo spazio. E' il tempo - come sempre ma più di sempre e dunque con l'urgenza di un presente che dilaga in ogni dove- di una epocale trasformazione dei modi di produzione della realtà. Gianandrea Gazzola dà corpo a questa disperata volontà di andare oltre i confini che la tradizione dell'arte moderna ha tracciato tra il visibile e l'invisibile. Anche oltre, quindi, i tentativi delle avanguardie dei "non ancora" e delle neoavanguardie dei "non più", oltre le loro opposizioni tra il detto e il non-detto, il vero e l'aleatorio. Persino oltre la vocazione postmoderna a far conciliare gli opposti, a giocare con le rovine. John Cage era entrato nel silenzio dell'arte e nel rumore della natura. Gazzola consuma materialmente l'immateriale; si esercita pazientemente sullo sforzo originario della creazione; ci mostra che le innovazioni dell'informatica attendono le primitive domande sulle forme della rappresentazione, sul miracolo che le fa essere veicolo di un senso altrimenti inattingibile.